Lettere impazzite
Non possiedo la lingua,
è lei a possedere me.
Distesa nel grembo delle lettere
come un sordo,
non è mio il movimento,
non è mia la volontà.
E la luce che brilla da lontano non è speranza,
è il lampo prima dell’esplosione di una bomba,
null’altro.
E tra l’ebbrezza e la coscienza
bacio le mie mani,
ne respiro l’odore
prima di sentire
l’odore della pelle bruciata.
La vita spegnerà il mio incendio
quando morirò nelle mie deflagrazioni,
tra le mie ossessioni,
tra i miei desideri
che la guerra mi ha violentemente strappato.
Quanto sei fragile,
ragazza.
Quanto sei triste.
I tuoi capelli zingari
quasi non esistono più,
divorati come da un gas chimico
con i suoi denti ruvidi.
Ho bisogno di cibo
per poter amare,
mio signore.
Dammi un po’ di pesche,
dammi le patate!