Mi siedo sul bordo della mia morte e sogno
Nella tenda si vive una dura realtà. Tutto irradia luce, ovunque sole e sabbia. La vita è facile per chi non sogna, perché è limpida. Tutto è svelato, senza misteri. Ma per chi sogna, tutto è insopportabile. Dovrei smettere di sognare? Non ci riesco. Sono qui, vestita di sole. Il sole ha un profumo. Ora odoro di sole, con un tocco leggero di gelsomino, il mio profumo. Mi abbronzo e l’umore mi va in fiamme. Mi rendo conto per la prima volta della natura seducente delle gocce di sudore che prendono forma, solo come rugiada, sul seno di una donna. È un’immagine di bellezza che suscita pietà ma è reale. Plath dice che l’uomo è così flessibile da poter essere affascinato dalla bruttezza che lo circonda dappertutto. Si tratta di tentativi tenaci con cui egli riesce a spiegarne l’esistenza. Forse è questo che ci rende esseri puramente reali: avere una ragione di vita, al fine di sopportarla. Eppure, io non lotto per la vita, perché sono stanca di sforzarmi di accettare una vita morta, stanca del dolore, della paura, della passività, della confusione, della perdita, del vuoto, della devastazione, delle scelte e delle attese. Mi sento più che mai un personaggio di fiction, eppure non so come andrà a finire la mia storia o, meglio, non riesco a deciderlo. Anche se vorrei non essere qui, mi piace quella libertà carica di piacere e rischio. Ne ho l’opportunità, ma non è dorata come il sole, che qui è dorato, splendente, e acceca la mia saggezza. E ho paura.