Tu sei la patria

Ombra di palme nella morsa della tempesta,

tatuaggio di luce nelle notti di chi ritorna,

colei sulle cui spalle la notte ha trovato riposo, madre mia,

mentre, esposte, erano le nostre ferite ai passanti, silenziosamente.

Le mie scuse sono una tenda disfatta

che trema nel vento del dolore, la diaspora

è mia madre. Le mie scuse sono sufficienti? E io

nascondo nella mia mano ciò che della vita è disperso.

Di noi non resta che un fantasma in fuga

che si propaga in lontananza come fosse un grido,

come se fossimo divenuti nubi sulle macerie delle case,

come se venissimo cancellati e riscritti nell’assenza.

Ho nostalgia, non di qualcosa di preciso,

ma di quel pane che assomigliava al tuo tiepido cuore,

di una risata che attraversava gli angoli di casa

quando la casa era casa,

quando il tuo volto era per il giorno nicchia e lanterna

e le porte delle case non riposavano ancora sulle macerie.

Non chiedermi delle mie mani perché queste

applaudono l’impotenza che è dentro di me

e accarezzano le anime nella mia tomba, e piangono

ogni volta che le ombre di chi muore passano davanti alla

mia finestra.