Jacques Donguy

1943

 

Brion Gysin ha parlato di 'machine poetry' anche se il suo I am that I am (1959) consiste di 120 permutazioni operate secondo un metodo matematico predisposto da Ian Sommerville; anche Italo Calvino scomoda il termine 'macchina letteraria', forse il primo a invocarla, questa macchina infernale capace di produrre versi, Ŕ stato proprio Jonathan Swift (1726) nel Viaggio a Laputa. Anche Nanni Balestrini nel 1963 produce Tape Mark I (1961)e Tape Mark II (1963) affidandosi alle buone sorti di un computer, ed Emmet Williams nel 1966, crea un poema al computer partendo dalle 101 parole pi¨ impiegate nella Divina Commedia dantesca. Ora, l'interfaccia uomo-macchina colpisce ancora, il cyborg continua a fare adepti, come in questo lavoro, scritto da Donguy in minime unitÓ semiotiche direbbe Umberto Eco, trattate al computer grazie all'intervento dell'informatico Guillaume Lozillon; la ragione per cui il loro poema, a differenza degli altri citati, Ŕ qui selezionato consiste nel fatto che Tag-surfusion viene eseguito in performance con grande coraggio e forte impatto sul pubblico, una sonoritÓ che deriva direttamente da scelte operate dal software, umanizzata dalla voce del poeta, in costante duello con la presenza rumorica del Moloch computer.

Note:
(con Guillaume Lozillon digital processing)